Itinerario: da Posina al monte Rione lungo la costa della Perlona (●●●)

Posina

Un percorso che dalle placide acque del lago di Posina conduce alla sommità del Novegno attraversando i suoi versanti più selvaggi.

Percorso Posina – Contrà Ressi – Costa Perlona – Malga Zola – Busa Novegno – Monte Rione – Malga Fontana – Colletto di Posina – Contrà Balan – Posina.
Breve descrizione Il percorso iniziale segue in gran parte una mulattiera che, risalendo il crinale della Perlona, conduce alle zone fortificate della sommità del Novegno. Mantenendosi sul versante settentrionale del massiccio, attraversa i numerosi valloni che ne caratterizzano l’aspra morfologia e giunge sul pianoro di malga Zola. Risale quindi lungo la valle del Maso e si immette nella conca di Busa Novegno incrociando la strada che conduce alla cima del monte Rione. Raggiunto il forte, percorre in discesa la strada di arroccamento che transita alle pendici del Cogolo e del Caliano fino a raggiungere malga Fontana e il Colletto di Posina. L’ultimo tratto si snoda lungo l’antica via di collegamento tra le valli del Posina e del Léogra, transitando per contrà Balan prima di raggiungere il centro abitato di Posina.
Tempo di percorrenza 7.00 h
Dislivello totale in salita 1163 m
Altitudine punto di partenza 528 m (Posina – C.trà Sega)
Punto più elevato 1691 m (Monte Rione)
Difficoltà EE
Segnavia 492 – 401 – 499
Periodo ottimale La parte più impegnativa dell’itinerario si svolge lungo il versante settentrionale del massiccio, dove nella stagione invernale permangono a lungo ghiaccio e neve. E’ pertanto da evitarne la percorrenza in questo periodo dato, tra l’alto, il degrado di una parte alta del tracciato, a meno che non si sia dotati di un corretto equipaggiamento e di una discreta esperienza. La primavera inoltrata rimane in assoluto il momento migliore, sia per la temperatura più mite e gradevole che per la copiosa fioritura del sottobosco.
Come arrivare alla partenza La partenza è presso contrà Sega, sulla provinciale Arsiero-Posina, circa 700 metri prima del centro abitato di Posina. Seguendo la tradizionale segnaletica del CAI che indica l’attacco del sentiero 492, si percorre per breve tratto la sterrata che lambisce il Cimitero e si raggiunge il piccolo lago dove è possibile parcheggiare l’automezzo.

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L’itinerario

Per chi, in auto, a pochi minuti dall’abitato di Arsiero, oltrepassa la galleria che immette nella valle del Posina, la sensazione di entrare in un mondo che sembra appartenere ad un’altra epoca è quasi inevitabile. Questa sorta di “finestra temporale” è un ideale passaggio dal frenetico vivere delle città alla tranquillità di una valle chiusa e isolata, appartata fin anche in maniera eccessiva, tanto che non è raro avvertirvi, soprattutto in inverno, un senso di desolata tristezza. In realtà questa vallata è tutt’altro che triste e, tanto meno, chiusa, visto che per secoli ha costituito una via privilegiata di collegamento con la valle dell’Adige, cui è separata dal passo della Borcola, antico limite del territorio della Repubblica di Venezia, valico di frontiera poi tra il Regno d’Italia e l’Impero Austriaco, confine fra le province di Trento e Vicenza oggi.

Infisso nel campanile di Posina, l’alato Leone della Serenissima veglia sul piccolo abitato e testimonia l’importanza di questa zona la cui popolazione, per molti secoli, fu sconvolta dal frequente passaggio di truppe che gravarono sul già precario equilibrio dell’economia rurale.

Una convivenza difficoltosa, quindi, aggravata dal carattere riservato e schivo dei valligiani, le cui origini “teutoniche” sono oramai note. Genti insediatesi in questi territori nei primi secoli dopo il Mille, meglio identificate con l’appellativo di Cimbri, che a duro prezzo hanno “addomesticato”, per sopravvivere, un ambiente ostile e povero di risorse. Il loro difficile linguaggio, il sospetto verso gli estranei, la scarsa viabilità e le difficili condizioni di vita contribuirono a mantenere inalterati nei secoli usi e costumi, dando origine a quella che oggi appare un’isola senza tempo.

Fin dalle epoche più remote la sussistenza degli abitanti locali si è fondata sullo sfruttamento delle risorse più disponibili presenti nel territorio: il legname, ad esempio, che per molti anni ha rifornito i cantieri navali della Repubblica di S. Marco, ha avuto una parte di primaria importanza nell’economia di questa regione. Oggi una risorsa altrettanto preziosa e abbondante è senza dubbio rappresentata dall’acqua, che copiosa scende, in ogni stagione, dai numerosi rivi e ruscelli delle valli laterali. Un’acqua leggera, ricca in minerali e dal sapore assai gradevole che ora viene captata dalle numerose sorgenti per essere imbottigliata e trasportata addirittura oltre oceano.

Il tragitto di avvicinamento al punto di partenza del percorso qui proposto corre fiancheggiando per lunghi tratti le acque del torrente che solca la valle e che, a monte, dà origine al piccolo lago su cui si specchia l’abitato di Posina. E’ l’immagine di apertura e, allo stesso tempo, di chiusura, di questo itinerario, intitolato all’acqua proprio per il contatto frequente che, fin dall’inizio, si ha con questo prezioso elemento naturale. Il canto dell’acqua mentre balza sulle scure pietre del ruscello che scende dal Boale della Perlona è il suono che accompagna il passo di chi affronta il le prime pendenze che portano fin sulle più alte sommità del Novegno. Gli allegri zampilli che fuoriescono dalla fresca fontana di contrà Ressi accolgono con il loro saluto chi si accinge ad affrontare le impegnative salite che si sviluppano nel fitto sottobosco del versante settentrionale.

L’acqua dunque, così abbondante a valle e così rara e preziosa man mano che si sale verso l’alto. Una morfologia carsica, infatti, tipica di tutte le zone dolomitiche, contraddistingue il massiccio del Novegno, così generoso nel rifornire il fondovalle e così altrettanto avaro di sorgenti nella fascia più elevata, dove le abbondanti piogge penetrano un terreno permeabile incapace di trattenerle.

A fatica, sui pascoli più alti, si sono ricavati dei piccoli bacini di raccolta delle acque per abbeverare il bestiame. Talvolta riportando persino la terra bianca, estratta delle cave di caolino dell’altipiano del Tretto, che, grazie alla sua consistenza quasi gommosa, rendeva impermeabile il fondo delle pozze. Fondo che veniva mantenuto efficiente dal frequente calpestio dei bovini che, quindi, ne garantivano la perdurata. Quando ciò non fosse stato sufficiente, toccava ai malgari “battere la pozza”, ossia percuoterne con il badile il fondo al fine di renderne più compatta la consistenza.

Il tragitto che porta alla costa della Perlona corre, non a caso, su quella che viene denominata Strada delle Pozze. E, ancora, è il Sasso delle Pozze, pinnacolo roccioso con galleria ubicato sempre alla base della Perlona, a richiamare alla mente la frequente diffusione di questi bacini frutto del lavoro dell’uomo.

Più in alto, al centro di una larga valle che scende dalla cima del monte Caliano, laddove sorge il piccolo edificio di malga Zola, si intuisce, nonostante la folta vegetazione infestante, la depressione dove si raccoglievano le acque indispensabili per l’alpeggio che qui, come in molte altre zone del Boalón del Novegno, vi si praticava regolarmente. E ancora, nei pressi dei ruderi di malga Carbonare, a pochi minuti dall’ingresso in Busa, il sentiero corre a fianco di quella che era la vasta pozza di abbeveraggio di questo magro pascolo, oggi quasi completamente invaso dal bosco. Si è oramai nella parte più alta del massiccio, dove le riserve idriche sono limitate e dove la raccolta delle acque piovane avveniva grazie a delle particolari canalizzazioni che rifornivano delle cisterne. Così accadeva e accade tutt’oggi per le malghe in quota (malga Campedello, malga Brazome, malga Novegno…) e così avveniva in passato per i ricoveri militari scavati nella roccia dove, solitamente, a qualche metro dall’ingresso in galleria, veniva costruita, con una struttura quasi sempre in cemento, la vasca per il recupero e la conservazione delle riserve idriche.

Mentre si sale in direzione del forte Rione, il bucolico paesaggio dalle linee morbide della Busa, così diverso dalle impervie e ripide forre che rivestono i crinali a picco sulla valle del Posina, dona un senso di serenità e di equilibrio che rendono assai piacevole il cammino. In lontananza si intravedono i riflessi argentei degli specchi d’acqua che, qua e là, interrompono il susseguirsi di promontori e depressioni che caratterizzano il paesaggio del piccolo altipiano. Sul Rione la vista a 360 gradi porta ad indugiare e a procrastinare il momento in cui si inizia a scendere. L’ospitalità dei volontari dell’Associazione IV Novembre nelle giornate festive in cui il forte è aperto fa il resto, rendendo ancora più difficile il congedo e la ripresa del percorso.

L’antico tracciato militare che costeggia le pendici del Cogolo e del Caliano conduce, transitando dapprima per malga Fontana, al valico presso cui ci si immette nuovamente nell’impluvio del Posina, lungo un tragitto che attraversa un fitto bosco che gradualmente si dirada fino ai prati adiacenti le contrade più alte. Nei piccoli centri abitati ritroviamo finalmente le fontane, alimentate dalle numerose sorgenti e dai ruscelli le cui acque rapidamente confluiscono, con crescente fragore, verso il torrente di fondovalle. Qui le impetuose acque provenienti dal Pasubio si mescolano con quelle del Novegno acquietandosi nel piccolo bacino sottostante il centro di Posina, prima di riprendere il loro corso verso la Val d’Astico e la pianura veneta.

Busa Novegno(Busa Novegno)

Il percorso

L’itinerario ha inizio a contrà Sega di Posina, sulla provinciale proveniente da Arsiero. Qualche centinaio di metri prima del paese una strada sterrata scende al torrente lambendo il cimitero e raggiunge un bacino artificiale presso il quale è possibile parcheggiare l’automezzo. Il segnavia è il numero 492 del CAI, la cui segnaletica è visibile fin dalla provinciale.

Si attraversa la valle nei pressi della cascata artificiale del bacino idroelettrico giungendo presso i ruderi di un vecchio caseificio sulla cui destra si inoltra, entro un folto bosco di carpini e noccioli, il sentiero che, transitando dapprima su un rustico ponte di legno, prende a salire fiancheggiando un vivace torrentello. Lasciato il bosco si costeggiano i prati sottostanti contrà Ressi, che si raggiunge per breve scorciatoia, oppure seguendo la comoda strada asfaltata proveniente dall’abitato di Posina. Il gorgoglio di una fresca fontana accoglie l’escursionista che, mantenendosi sulla sinistra, seguirà, a lato delle case, il tracciato in lieve pendenza che si inoltra tra i prati in direzione del Boale della Perlona. Sorpassata una deviazione che porta alla sorgente Roncheto, il tracciato si fa più ampio, il fondo sassoso e la pendenza più marcata. Giunti a un quadrivio si devia a sinistra sulla cosiddetta Strada delle Pozze che, dopo un breve falsopiano, inizia con una successione di giravolte a risalire la costa della Perlona. Una serie di muretti a secco che stabilizzano il fondo del sentiero testimonia l’origine militare di questo tracciato che raggiunge la conca ombrosa delle Pozze e il vicino pinnacolo roccioso del Sasso delle Pozze. Si è oramai sul crinale e il poggio dal quale si gode il belvedere della sottostante valle di Posina, fin sul passo della Borcola e il sovrastante monte Majo, è solo il primo di una lunga serie. Per un prolungato tratto si risale il crinale, appena sotto il filo della cresta che divide il Boale della Perlona dall’adiacente dei Fundi, transitando spesso nelle vicinanze di postazioni militari. Si giunge così, dopo aver vinto la pendenza di un’ariosa faggeta, al bivio di quota 1280: verso destra si va per malga Fontana, che sarà toccata al ritorno, mentre verso sinistra, su traccia poco battuta, si sale a malga Zola. Qui bisogna prestare un po’ d’attenzione in quanto la marcata pendenza del bosco rende poco evidente lo stretto sentiero che in taluni tratti è smottato e disagevole. Oltrepassata una trincea ci si innesta su un ulteriore sentiero proveniente da malga Fontana; si prosegue verso sinistra, tagliando le numerose costole e valloncelli che caratterizzano la morfologia di questo tratto sommitale del bosco fino a raggiungere la conca in cui sorgono i ruderi del complesso di malga Zola, ove la “casàra” rimane la sola struttura a non essere caduta totalmente in rovina. Oltrepassato l’alpeggio, oggi infestato dalle ortiche e da cespugli di lampone, ci si inoltra nuovamente nel bosco per un tratto pianeggiante in direzione del Boalón del Novegno, dove si incontra, in pochi minuti, il segnavia 488 proveniente da Fusine. Lo si percorre in ascesa fino a raggiungere le rovine di malga Carbonare che appaiono sulla destra del prato dove, una volta, era situata la pozza di abbeveraggio del bestiame. Si è oramai in prossimità del piccolo valico che immette negli spazi aperti degli alpeggi più elevati. Il sentiero torna a farsi comoda mulattiera, la pendenza diminuisce e il bosco si dirada fino a lasciare completamente la scena ai vasti pascoli irradiati dalla luce e dal calore del sole che, celato per molti tratti lungo il percorso di salita, ora può splendere in un orizzonte totalmente libero. Si costeggia un cippo dedicato alla memoria di alcuni partigiani che qui perirono in un’imboscata e si perviene quindi sulla comoda mulattiera del percorso ad anello della Busa. Verso ovest sono ben visibili i manufatti di forte Rivón, verso cui ci si dirige seguendo la carrareccia che risale la china dell’omonimo promontorio, tralasciando le diverse varianti che calano al centro della Busa. Pochi metri prima di raggiungere la cima del Rione è posto il piccolo forte che, nei fine settimana, funge egregiamente da rifugio. Inizia quindi la discesa lungo un antico tracciato militare di postazione che transita sotto il monte Cógolo e, successivamente, sotto il monte Caliano. In alcune parti la mulattiera è intagliata nella roccia, in altre vi penetrata attraverso delle gallerie: il paesaggio è suggestivo ed è piacevole lasciar vagare lo sguardo nel bosco che digrada fitto verso la sottostante zona pedemontana. A mano a mano che si scende ci si inoltra maggiormente in un bosco di conifere che finisce con il nascondere alla vista il bel panorama fin qui goduto. Ora il sentiero deve perdere quota con maggiore decisione e lo fa con una serie regolare di tornanti. Presso uno di essi si stacca il sentiero 411 che riporta in Busa raggiungendo la Pozza Lunga, mentre, più in basso, su una successiva curva a gomito, si può deviare per malga Ronchetta. Si rimane, tuttavia, sul segnavia 401 che, abbandonata la pineta, transita per un bosco di faggi, doppiando alla base l’imponente bastione del monte Caliano, prima di scendere fino alla strada forestale che conduce a malga Fontana. Si oltrepassa l’edificio e si continua su larga carrareccia che taglia nettamente la riva erbosa del monte Spin fino ad aggirarne la costola e superare la deviazione per la Perlona (segnavia 492). Si mantiene il segnavia 401 che corre ancora per qualche decina di metri su comoda strada prima di imboccare, sulla sinistra, un tracciato militare che, con ampie volute, scende gradualmente sino ai prati del Colletto di Posina. Qui si abbandona il sentiero 401 e si prende in direzione nord, scendendo all’ombra di un fitto bosco lungo un percorso ripido e sassoso. Il segnavia è il 499, che conduce a contrà Balàn, dove termina la strada proveniente da Posina. Il paesaggio, usciti oramai definitivamente dal bosco si fa più gradevole e ameno (si faccia attenzione, appena il tracciato si fa pianeggiante, a mantenersi sul sentiero di destra, nonostante una comoda sterrata inviti a seguire la biforcazione di sinistra). I prati sono intercalati da filari di ciliegi e le contrade si susseguono immerse nel verde dei campi. L’ultimo tratto di discesa viene percorso seguendo la strada per Posina fino a raggiungere il ponte che attraversa il torrente. Immediatamente dopo il cavalcavia si prenda a destra seguendo un percorso recentemente riadattato che, fiancheggiando il torrente, scende fino al lago attraversando una gradevole zona adibita a parco pubblico. L’itinerario si chiude con la medesima immagine del paese di Posina che si riflette tremolante sulle acque del bacino presso cui è avvenuta la partenza.

 

Rione(Forte Rione, sull’omonima cima)

 

 

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